Posts Tagged ‘Web sites’

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We tell stories

April 2, 2008

We Tell Stories è un interessante e divertente progetto editoriale creato da Penguin per esplorare nuovi territori dove letteratura, gioco e web convivono ed interagiscono. Sei autori hanno accettato la sfida ed hanno creato nuove forme, nuovi modi di raccontare una storia specially designed for the internet.

Impensabile fino a due anni fa, la prima storia (The 21 Steps di Charles Cumming) ha utilizzato Google Maps technology. He was the wrong man, in the wrong place, at the wrong time: insomma, una vera e propria Google Maps adventure che i lettori hanno potuto seguire letteralmente step by step.

Ma forse la storia più intrigante è la settima, quella che nascosta somewhere on the internet racconta la misteriosa storia della misteriosa Alice. Indizi e particolari verrano offerti online and in the real world ai lettori che avranno voglia di giocare e vincere diversi premi fra cui The Penguin Complete Classics Library (valore oltre 13,000 pounds!).

L’ultimo Penguin project, the wikinovel, attrasse 85,000 visitatori unici in cinque settimane!

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Peter Doig at the Tate Britain

March 1, 2008

Confesso che a vedere la mostra di Peter Doig alla Tate Britain sono andata soprattutto perchè incuriosita dal fatto che una delle sue opere è stata lo scorso anno venduta da Sotheby’s per 5.7 milioni di pounds (la conversione in euro fatela un po’ voi!). The most ever paid per un quadro di un artista europeo vivente! A vendere non era l’artista ma Charles Saathi, of course!

L’artista 48enne, nato ad Edinburgh ma cresciuto in Canada, dal 2002 vive in Trinidad dove gestisce un weekly film club, the Scala Cinema. Questo modern master of landscapes (come lo ha definito The Economist) dipinge paesaggi di grandi dimensioni che letteralmente sorprendono, meravigliano, catturano.

Sul sito della Tate Britain, che sempre offre informazioni dettagliate e interessanti (a tal proposito, se siete particolarmente interessati alle strategie per meglio rispondere alle esigenze del pubblico dell’arte contemporanea, consiglio di leggere qui l’articolo di Antonio Lampis), potete vedere nella room guide alcuni dei quadri esposti ma, come spesso accade, nessuna fotografia per quanto ben fatta può restituire la foschia che ricopre il cielo e riempie lo spazio, i colori che sembrano congelarsi e sciogliersi, gli uomini che diventano ombre mentre una patina di ghiaccio ricopre alberi e case.

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Le luci distanti che vibrano nella foschia mi hanno ricordato il lavoro di Elisabeth Magill, artista irlandese nata però in Canada. Che i paesaggi canadesi siano così vasti da non poter essere catturati su una tela seppur grande, immensa?
Prima di lasciare il sito web della Tate, vedetevi la video intervista all’artista (ancora citando Lampis, “una delle necessità sempre più avvertite dal pubblico è quella di avere anche un idea fisica dell’artista”) che in mostra viene proiettata nello spazio in cui è stata realizzata. Grandiosa l’idea di pubblicare il catalogo in due versioni: hardback e paperback. La seconda andava a ruba. Forse perchè si risparmiano ben 10 pounds?
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Juan Muñoz at the Tate Modern

February 20, 2008

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During this week I’m binging visiting exhibitions in London. Oggi è stata la volta della retrospettiva dedicata dalla Tate Modern allo scultore spagnolo Juan Muñoz.

Nelle 14 sale on level 4 (alle quali si accede pagando un biglietto di ingresso) e nelle 3 on level 3 (inserite nel percorso dell’esposizione permanente gratuita) è possibile ammirare le sculture, i disegni ma soprattutto le potenti installazioni di questo artista scomparso tragicamente nel 2001 all’età di 48 anni. Una delle sale più ammirate è sicuramente quella che accoglie Many Times del 1999. Avendo l’artista riflettuto sull’isolamento dell’individuo nella folla, accade che ci si trova circondati da cento figure molto simili fra loro. Divise in piccoli o grandi gruppi, queste sono immerse in conversazioni da cui noi siamo chiaramente (e ingiustamente) esclusi. Invano ci aggiriamo nella sala cercando di incrociare lo sguardo di almeno uno di loro.

Lavorando sul concetto di otherness, in questa come in altre installazioni l’artista ha dato alle figure una fisionomia asiatica. Ma allora com’è che in questo caso la sensazione è che gli altri, i diversi, siamo noi?

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Di fronte a Towards the Shadow (del 1998) invece mi ha molto divertita un bambino di circa 4 anni che, come ipnotizzato dalla grande ombra proiettata sul muro, continuava a chiedere alla madre “Who’s that? Who’s that?”.

Se non avete in programma di visitare Londra prima della fine di aprile, fate un tour delle sale qui. Ma forse ancor più interessante è la conversazione con la curatrice Sheena Wagstaff in TateShots. Con questo programma la galleria, sponsorizzata da Bloomberg, realizza ogni mese 6 video (di solito interviste con artisti e curatori) della durata di 4 minuti che è poi possibile vedere sul proprio computer o video iPod.